Questo non è un articolo di servizio, né il resoconto di un libro.
Questo è il racconto della Rivoluzione Digitale e di come sopravviverle.

Siamo 1000 in una sala che ne contiene 500. C’è gente seduta, c’è gente in piedi lungo le pareti, accovacciata ai lati del palco. C’è gente a riempire tutto il Foyer del Teatro Franco Parenti di Milano, davanti a un megaschermo perché anche da lì possano essere virtualmente in sala.

Inizio previsto per le 20:30 ma due ore prima siamo già lì. La fila arriva alla strada e qualcuno posta su Facebook una foto con scritto: “ma chi me lo ha fatto fare”. Eppure nessuno si muove. Rimaniamo in attesa. L’ingegnere con il poeta, il nerd e l’intellettuale, il vecchio giornalista e il giovane universitario con gli occhiali.

In sala suona 2:19 di Tom Waits e poi entra lui. Alessandro Baricco.

Tutta la sua scena è fatta da una sedia e un tavolino, su cui è poggiato “The Game”.

Alessandro saluta, ringrazia e inizia a raccontare.
Subito una serie neanche breve di domande terrificanti: ci son tutti i nostri dubbi.
Cosa succederà? Ma chi è che comanda? Che uomini stiamo diventando?
Le nostre paure incalzano: ma la cultura, l’ordine, la sicurezza?
Poi lui dice una cosa.

Mha, pensavo. Pausa.

La storia che racconta dopo serve un po’ a capire cosa ci è successo ma soprattutto a sapere perché ci è successo e perché lo abbiamo voluto.

Ci mostra l’uomo del 1900 che emerge da un secolo di guerre che l’hanno devastato, terrorizzato e sconfitto; un mondo dove uno poteva buttare una bomba e distruggere un continente senza che nessuno lo sapesse prima.
Un mondo dove ci siamo ammazzati per spostare un confine di 50 centimetri (e non è un’iperbole, diamine).

Così tutti i passi che quell’uomo ha fatto verso il digitale iniziano negli anni 70 con una fuga, che è la ricerca di due sole cose: il movimento e la distruzione delle elite.

E poi ci siamo fatti prendere la mano e un giorno il mondo virtuale non ci è stato più in un angolo e si è messo di fianco al mondo reale, e poi sopra.

Qualcosa scricchiola, lo sentiamo bene, ma non si torna mica indietro perché quella digitale non è stata solo una rivoluzione di cose, ma di mentalità e di bisogni.

E allora come ne usciamo? Con la poesia.

Adesso mi alzo, tu dici. E invece dai, aspetta.

Stiamo lì ancora mentre lui dice che a fare questa rivoluzione è stata un’elite (come sempre), che è fatta da maschi, bianchi, americani, ingegneri.
Una visione un po’ parziale della vita…
Allora perché il cambiamento regga è necessario ridare un equilibrio alle forze che immaginano e disegnano (forse dovrei dire programmano) il mondo.
Mancano le donne, gli europei, gli umanisti. I poeti.

Mentre scrivo alzo gli occhi e guardo Stefano, di fronte a me.
Lui mi sorride e dice “e adesso cosa vuoi?”.

Siamo nell’area web e Stefano è Programmatore Front-end.
Per me lui è l’ordine, la logica, il controllo.
Per lui io sono il caos, la rottura, la dissonanza (già, sono Creative Copywriter).
Penso a tutti i giorni in cui combattiamo e discutiamo ore per trovare soluzioni accettabili per entrambi. Penso alla soddisfazione con cui ci guardiamo quando mettiamo on line un progetto in perfetto equilibrio.

Forse un giorno lo dirò a Baricco: Alessandro avevi ragione ma abbi fiducia, perché qui in Briefing ci stiamo già provando a rimettere in equilibrio il mondo.